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Le tratte dal canile di Ischia: dalla battaglia al processo – di LUIGI GAETANI D’ARAGONA

 Il prossimo 19 dicembre avrà inizio, dopo oltre cinque anni dall’apertura dell’inchiesta, il processo ai gestori del Canile di Panza, sull’isola di Ischia, rinviati a giudizio dalla Procura di Napoli con l’imputazione di aver creato una solida e sufficientemente abbozzata associazione criminale a quanto appare finalizzata al commercio illecito di

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Lettera di una Professoressa della Scuola Pubblica – di LUCIANA MARINANGELI

7 marzo 2011


Signor Presidente, le racconto
la storia di mia madre: una maestra

di LUCIANA MARINANGELI

(professoressa, scrittrice, francesista e presidente dell’Associazione l’Alberata)


SIGNOR
Presidente del Consiglio ancora in carica in questo Paese, sono una Professoressa della Scuola Pubblica da Lei tanto disprezzata, e vorrei raccontarLe una piccola storia, alquanto diversa dalle storielline che le piacciono tanto.

Sono dunque una Professoressa, figlia e nipote di insegnanti della Scuola Pubblica. Mia madre, Miranda Magagnini, una delle prime Maestre elementari della sua regione, le Marche, e della sua generazione, a 20 anni, nel 1927, si faceva ogni giorno quattro chilometri a piedi nella neve per raggiungere Nebbiano, la frazione di Fabriano dove si trovava la succursale della scuola elementare cui era stata destinata come primo incarico. I suoi allievi erano i figli di contadini cui la scuola pubblica offriva l’unica occasione, la prima da sempre, di uscire dall’analfabetismo in cui si trovavano i loro genitori e antenati, e di conoscere altre cose oltre la fatica manuale bruta nei campi o nelle officine. La giovane Maestra aveva altri talenti oltre a quelli didattici che le erano stati riconosciuti dal suo concorso di ammissione: era allieva di uno degli ultimi Macchiaioli, il Cabianca, un giorno avrebbe esposto i suoi quadri  al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Miranda Magagnini aveva dunque un avvenire artistico di fronte a sé; ma accadde che si innamorò subito del suo lavoro, dei suoi allievi. La giovane Maestra possedeva un grande calore umano, una capacità straordinaria di compassione e di empatia: di fronte a quei contadinelli sporchi, cui il bidello all’entrata brontolava:

“Vi siete lavati i piedi? I professori si lamentano!”,  lei non faceva rimproveri, non umiliava, ma spiegava il perché era bello e facile lavarsi; e quando li vedeva stanchi, interrompeva la lezione e li faceva dormire, con la testina sui banchi. Anche dopo, in piena epoca fascista, quando l’efficientismo e la fretta militaresca erano modello anche nella scuola, lei sapeva relativizzare l’importanza del programma e insegnare invece il rispetto per sé e verso gli altri.

Quei bambini l’adoravano: i più piccoli l’aspettavano all’angolo della strada per saltarle addosso all’improvviso e farsi portare in braccio, i più grandi le presentavano ogni giorno mazzi di fiori che io ho passato la mia infanzia  adolescenza a sistemare nei vasi di casa. Questo avveniva quando lei insegnava a Roma; ma prima, quando era stata assegnata a Civita Castellana, a Cori, lontana da casa, doveva partire alle quattro di mattina lasciando me piccolissima alla donna di servizio, per tornare sfinita e col rischio che io mi attaccassi più alla donna che a lei. Ma lei ha continuato a lavorare con immenso amore, ricordata da generazioni di bambini cui aveva trasmesso non solo le conoscenze di base, ma l’interesse per le cose belle e nobili: in classe raccontava loro, romanzandole per rendergliele  vicine, le vite dei grandi personaggi dell’arte, della letteratura, della musica, e parlare di Beethoven a un bambino di dieci anni figlio di persone modeste significa fargli un grande complimento, significa mandargli il messaggio: “Ti racconto questo perché penso che tu sia capace di capire, di poter fare anche tu cose bellissime come queste”.

Anch’io sono diventata insegnante. Ricordo molto bene il giorno in  cui, divenuta docente di ruolo, sono stata chiamata dal mio Preside per fare il giuramento. Lui, che si chiamava Coccopalmeri, un uomo corpulento, intelligente, si alzò in piedi, mi mise la Costituzione aperta sul tavolo davanti a me, mi chiese di metterci la sinistra sopra e di alzare la mano destra, e di ripetere dopo di lui: “Io, Luciana Marinangeli, giuro sulla Costituzione di servire fedelmente lo  Stato Italiano. Lo giuro”.

Ripetei la frase. Mi colpì profondamente, quel giuramento ha dato un senso, e un sostegno a una carriera  molto faticosa perché i docenti di francese in Italia, a causa del monopolio dell’inglese, sono stati sempre più costretti a sedi lontane e disagiate. Avrei potuto restarmene all’Università, come assistente del grande Giovanni Macchia avrei fatto una bella carriera universitaria, ma quei due anni alla Sapienza mi diedero un senso di lontananza dalla vita vera- il 68 era di là da venire – e così scelsi di insegnare nella Scuola Pubblica, dove mi ritrovai i contadinelli di mia madre, e poi i figli degli sperduti inurbati recenti, e le prime vittime del consumismo e delle volgarità televisive, ma anche i figli delle classi colte coi loro problemi di solitudine e di modelli arrivistici e infine gli eroici studenti lavoratori delle Scuole Serali Pubbliche in lotta col sonno e la precarietà.

Avevo ereditato da mia madre una certa tenerezza del cuore, una capacità di empatia. Fu così che proprio in una delle mie scuole pubbliche, l’Istituto Tecnico Commerciale Vincenzo Gioberti di Roma, dove non andavano i figli della classe dirigente, ma quelli dell’onesta brava  gente comune, ossatura di un paese, realizzai con i ragazzi, in classe, qualcosa di memorabile che a 36 anni di distanza ancora cammina per le strade, non solo d’Italia, portando, mi si dice, cose utili e vere. Si tratta di un decalogo, ‘I cento comandamenti del protettore della vita’, nato dalla vista dell’incuria dell’ambiente intorno a me e sui volti e i corpi stessi dei ragazzi. Portavano magari la camicia di Armani, ma il collo sotto era sudicio, la pelle grigia e pustolosa di chi mangia porcherie. Qualunque offesa alla dignità, all’integrità e alla  salute, che sia a un essere umano, un animale, una pianta, un prato,  produce in me una rabbia e un dolore acuti. E rabbia e dolore, come può succedere, si trasformarono allora in qualcosa di positivo, in una spinta fortissima a proteggere chi non poteva proteggersi da solo, a rendere coscienti gli incoscienti, a insegnare a chi ignora i bisogni della natura, e i propri bisogni, a proteggerla, la natura, a proteggere con essa se stessi: e questo attraverso i minutissimi gesti quotidiani che poi sono la nostra vita.

Per questo, attinsi alle cose imparate da tutti coloro che mi avevano insegnato qualcosa sulla natura e su come proteggerla e con essa proteggerci, dagli ambientalisti ai nuovi ecologi, compresi quelli della mente, mettendoci di mio la memoria, la pazienza nel raccogliere queste informazioni in tanti anni, il piacere di essere capace di trovare strategie intelligenti, e un grandissimo bisogno di aiutare chi mi sta intorno. Questa, vede, signor Presidente, è una Professoressa di Scuola Pubblica.
 
E così è successo che facendo in classe con i ragazzi il decalogo del Protettore della Vita, ho parlato – in francese, perché l’ora di lezione era quella – di tutto: da quale sapone scegliere a quel verdura comprare, a che fare con la marea di radiazioni che ci circonda e con i segni dell’incuria e della violenza intorno a noi, a come disubbidire all’ordine di consumare, ossia distruggere, a come proteggere la natura , gli alberi, la salute, l’aria, i viventi accanto a noi; a come combattere, senza violenza, per ottenere; a come sentire che tutto ciò che ci circonda fa parte della nostra vita. In quella onesta Scuola Pubblica, dove a fine anno venivano i direttori d’azienda per farsi segnalare  direttamente i diplomati migliori, i miei allievi, ragazzi sani, vitali, pratici, collaborarono con attenzione ed entusiasmo, con suggerimenti e richieste molto precise, che nessuna distanza autoritaria tra loro e la docente impediva, perché i ragazzi sanno riconoscere d’istinto, come gli animali, chi è amico e con chi ci si può esprimere sinceramente.

Voglio dirle, signor Presidente, che questo decalogo nato in una Scuola Pubblica poi è stato premiato dal Ministro dell’Ambiente il 27 maggio 1987 con una medaglia nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, a Roma. Evidentemente quel Ministro non pensava che i Professori della Scuola Pubblica insegnassero valori contrari alla famiglia. I 100 comandamenti del protettore della vita,  pubblicato la prima volta dall’associazione ambientalista Il Monte Analogo  di Roma, ha fatto il giro d’Italia di fotocopia in fotocopia, perché era stato appositamente mandato in circolazione senza copyright, gratuitamente- vede che sorpassati idealisti questi Professori di Scuola Pubblica, signor Presidente – affinché si diffondesse più facilmente e fosse puro dono. È diventato libro di testo dei bambini di una comunità di Firenze e di una di Udine; è stato ripreso e diffuso ulteriormente dal WWF attraverso la rivista “Panda”, poi richiesto dalla Regione Toscana che lo ha pubblicato e diffuso attraverso la USL 29.

Inserito nel mio libro “Parlare con Pinocchio. Come comunicare con i bambini perché crescano sereni”, Bompiani 1996, è stato tradotto fino in Giappone. Peccato per lei, signor Presidente, non essere  stato allievo né di  mia madre, né mio. Non ha potuto fare questa bella cosa divertente e utile con una Professoressa della Scuola  Pubblica. Ahimé, non tutto si può avere.

tratto dal sito “Il Respiro” 1

 

(01 marzo 2011)

 
http://www.repubblica.it/scuola/2011/03/01/news/il_paesaggio_uno_stato_d_animo_il_racconto_di_una_professoressa_della_scuola_pubblica-13054695/?ref=HRER3-1




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